Cari amici

Cari amici , sono molto contento per questi fatti che sono la prova di quanto mi ama il buon Gesú.

1- É venuto a trovarmi don Gigio, un santo sacerdote marchigiano di quasi 80 anni. Si é fermato un giorno, che grazia!

2- Oggi é venuto da Paulo Alfonso (Stato di Bolivia Brasile) a farci visita il vescovo Mons. Guido Zendron e 23 dei suoi 30 sacerdoti. In aéreo fino a Foz de Iguazú dove si sono fermati due giorni per vedere le cascate e poi… quasi 800 km di corriera per venire a S.Rafael dove hanno dormito e il giorno seguente hanno voluto conoscere ció che la Divina Provvidenza ha fatto e sta facendo. Alle 14 poi sono ripartiti per Foz de Iguazú. Abbiamo cenato e pranzato assieme nella nostra pizzería. Immaginatevi: da Paulo Alfonso fino a qui! Quanto affetto! E per di piú ha portato, perché loro l’han chiesto, il 90% dei suoi preti. E tutto per quella amicizia che nasce da Gesú. Solo questa amicizia fa fare certe pazzie.

Mons. Guido mentre cenavamo mi ha detto: “P.Aldo, sai che dopo aver letto le prime righe della Giornata di Inizio anno, sentendo con quale vibrazione parlava Julian Carrón ha sentito l’urgenza di andaré a confessarmi?” CHE UOMO!

3- Vi allego una lettera che José, ammalato di questa bestia che mi molesta un po’, ha dettato alla bravissima Caterina Rizza di Milano, che da due mesi vive qui con noi. Una ragazza eccezionale di 19 anni che finita la maturitá quest’anno si é fatta il biglietto dell’aereo sorprendendo tutta la sua familia, é venuta qui commuovendo tutti. Lei l’ha poi tradotta in italiano per tutti voi.

Caro Padre Aldo,

Sono internato nella clinica della Divina Provvidenza da un anno e cinque mesi, afflitto dalla espondiliti. Senza possibilità di muovermi e senza poter vedere. Nonostante questo, con molte speranze e molto grato a nostro Signore Gesù, e ti racconto perchè.

Soffrivo di questa terribile malattia, con molte ferite nella pelle e senza potermi muovere, mentre stavo nella mia casa nella città di Santa Elena. Vivendo in una tale precarietà le mie ferite non cicatrizzavano e iniziavano a mandare cattivo odore. Perciò mi portarono ad Asunciòn e attraversando la mia città passai davanti alla chiesa di San Roque. In quel momento supplicai al Santo che sanasse le mie ferite e promisi che nel giorno della sua festa sarei venuto a ringraziarlo nella messa principale e a portare regali ai bambini del paese in ringraziamento per la grazia che domandavo.

Passò un anno, e anche se le mie ferite migliorarono molto, all’avvicinarsi della festa di San Roque iniziarono a discomporsi di nuovo, perciò mi fu impossibile persino pensare alla possibilità di viaggiare fin lì.

Poi giunse il mese di Maggio del 2013, con le mie ferite asciutte e pulite; sono davvero grato al Signore, a Padre Aldo, agli infermieri e ai volontari della clinica che resero possibile il mio progressivo miglioramento di giorno in giorno. Nonostante non possa camminare nè vedere, sono ricco di un immenso amore che vorrei donare e di molta speranza che mi permette di seguire nella fede in Gesù.

A partire dal mese di Maggio mi preparai per compiere la promessa a San Roque, e con l’aiuto di Padre Aldo, la dottoressa che mi visita e una volontaria, ci organizzammo per assistere alla festa patronale del Santo nella città di Santa Elena.

Fu così che il 16 di Agosto 2013, grazie alla disponibilità di Padre Aldo e all’autorizzazione del mio medico mi misi in viaggio per compiere la mia promessa. Viaggiai in una ambulanza con un conducente, un aiutante, l’assistente sociale della clinica, un fisioterapeuta e una volontaria mia amica. È stata un’esperienza meravigliosa in cui abbiamo condiviso gesti molto belli, dalla preghiera iniziale, l’incontro con la mia famiglia, lo splendido giorno di sole e il rientro nelle ore del pomeriggio. Mi sento molto contento per aver compiuto la mia promessa e tanto grato al Signore che rese possibile che queste persone mi diedero questa possibilità. Al termine della cerimonia religiosa e della distribuzione dei regalini ai bambini del paese, andammo a visitare mio fratello che abita poco distante dalla chiesa. Pranzammo insieme e godemmo di momenti molto piacevoli in compagnia di tutta la sua famiglia. Subito dopo ci trasferimmo a casa di mio padre, che pure si trovava ammalato da tempo.

Anche lui soffriva per una ferita che con il passare dei mesi peggiorò tanto da immobilizzarlo a letto senza possibilità di alzarsi. Così lo trovai quel pomeriggio, e nonostante la sua condizione potemmo abbracciarci, raccontare e condividere ricordi comuni. In quel momento chiesi all’assistente sociale che mi aiutasse e aiutasse mio padre, così che potesse essere internato nella Clinica Divina Provvidenza perchè si curassero le sue ferite e i dolori che lo affliggevano (era molto magro e tossiva molto).

Non passò una settimana che mi chiamò mia sorella per raccontarmi che aveva ricevuto una telefonata dalla Clinica per avvisarla che potevano ospitare mio padre, e lo aspettavano il giorno seguente per le otto del mattino. Che grande è il Signore che ascoltò le mie preghiere! Il giorno dopo arrivò mio padre. Lo ricevettero nella Clinica con le migliori attenzioni: lo lavarono, gli fecero la barba, gli disinfettarono le ferite, gli diedero la colazione e molto altro…

Dopo poche ore mi trasferirono nella sua stessa camera. Abbiamo potuto parlare e stare insieme fino a che arrivarono i risultati delle analisi. Risultò che mio padre aveva la tubercolosi e perciò dovettero separarci di nuovo. Nonostante ciò, dopo alcune settimane di cure si recuperò e potemmo tornare a stare nella stessa stanza.

Trascorsero i giorni e parlando con mio padre ebbi la possibilità di capire molte questioni e situazioni di cui non avevamo mai parlato prima. Perciò pensai di fargli una sorpresa, visto che si avvicinava il giorno del suo anniversario di matrimonio, e mi rendevo conto che gli mancava molto sua moglie che si era fermata a Santa Elena senza poterlo accompagnare. Stando così le cose, con l’aiuto di alcune persone riuscii a far venire qui la mia madrina (sua moglie) per il giorno del loro anniversario. Lei portò una teglia di sopa paraguaya e condividemmo un pranzo con la mia famiglia e gli altri malati.Tutto questo avvenne un mese fa. Mio padre è molto migliorato, ora ha speranza e voglia di vivere. È tornato a casa sua a Santa Elena, per seguire le cure insieme a sua moglie. Da parte mia, rendo grazia a Dio per questa malattia, perchè senza di essa non mi sarei neppure accorto del bisogno che aveva mio padre e forse non avrei mai fatto niente per lui.

Josè Domingo Ocampo

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Padre Aldo – accogliere la sfida

Cari amici, educare è proprio riconoscere la libertà dell’altro accettandone la sfida. Per questo è vivere sempre come sospesi, ma sospesi nella certezza che se accogli questa sfida vedrai rifiorire, nei tempi stabiliti da Dio, il figlio che ami e che se ne va di casa. E accogliere la sfida significa essere liberi noi, di fronte a quanto accade con i figli. E questo è possibile solo se in noi accade l’esperienza della misericordia divina. Gabriele, né lui né noi sappiamo da dove viene, chi sono chi sono i suoi genitori. Ci è stato consegnato dal tribunale dei minori quando aveva otto anni. Fino ad allora era vissuto in istituzioni pubbliche, covando dentro e manifestandola a tutti, la grande rabbia e violenza che sembravano strutturali in lui. Dal primo giorno che è arrivato nella casetta di Belen, ha da subito manifestato la sua violenza. Affermava se stesso con il NO a tutto e a tutti, ogni parola che gli si diceva diventava per lui motivo di litigio. Scappava da casa, dormiva sui grossi tronchi degli alberi, mi ha fatto “impazzire” più volte. Insomma, una storia di violenza che evidenziava quanto dice Pavese: “Ogni forma di violenza è frutto dell’assenza di tenerezza”. Un giorno se ne andò via, deciso a non tornare più. Aveva dieci anni. Una donna vide il mio, il nostro dolore, e lo accolse a casa sua. Lui, però ha continuato a frequentare la nostra scuola. Finalmente inizia una vita un po’ differente, in una povera casa, in compagnia di questa donna e di suo figlio della sua stessa età. Però anche lì ne fa di cotte e di crude. Tenta anche di farle del male, entrando di notte nella sua camera. Ma questa signora, ragazza madre, continua a perdonarlo e a soffrire. Tuttavia lui lascia anche questa casa, vivendo in giro per le strade. Rimane però fedele alla scuola, dove ottiene risultati brillanti grazie alla sua intelligenza. Vive nelle strade, dormendo di notte in un rudere. Non si lava, è magrissimo. Tutti ci preoccupiamo: è nostro figlio. In queste condizioni, dopo anni che non mi parlava e che mi sfuggiva, un giorno si avvicina a me: “Padre, posso venire a vivere con te, nella tua casa?” Non ci potevo credere! Lo guardai con grande tenerezza e gli risposi: “Sì, figlio mio, tu sai da quanto tempo ti stavo aspettando”. E così l’ho preso con me. La prima cosa che mi ha chiesto è la benedizione. Gli ho risposto che avrebbe dormito nella stanza con Don Fortunato, un vecchietto di 78 anni, solo, che già da tempo viveva con me, insieme ad un giovane studente di medicina. Così, da quasi un mese, Gabriele fa parte della mia famiglia, rendendo felici anche i due sacerdoti che abitano con me. È la parabola del figlio prodigo che accade oggi. Appena gli ho mostrato la camera da letto, a fianco della mia, gli ho detto: “Gabriele, tu hai sempre voluto essere libero, o meglio, fare quello che vuoi. Anche qui sei libero, io non ti controllerò, però sappi che ti voglio un bene dell’anima. Ti faccio solo queste due richieste: 1. Mi dici sempre dove vai; 2. C’è un’ora precisa per alzarti e per andare a letto. Noi mangiamo alle 13 e ceniamo alle 21. Chiedi tutto quello di cui hai bisogno”. Una sfida alla sua libertà, coscienti del rischio perché ha 14 anni. E lui l’ha preso sul serio percependo che la libertà del fare ciò che vuole non lo avrebbe portato a nulla, perché la vera libertà è riconoscere un’appartenenza. Gabriele sta sempre con noi.

“Padre, se vuoi, preparo io la colazione alla mattina, per tutti”. “Padre, nel tempo libero desidero lavorare nella pizzeria”, “Padre, vorrei aiutare Giovanni quando porta con l’ambulanza un ammalato in ospedale”. Si preoccupa della mia salute, mi chiede ciò di cui ho bisogno, mi ha scritto bene su un foglio la dieta ordinatami dal dottore, ecc. Quando si alza, mi chiede la benedizione con le mani giunte e lo stesso prima di andare a dormire. Così lui cammina guardando dove io guardo, mentre io, con la coda dell’occhio, lo aiuto a vivere fino in fondo la sua libertà. Un’esperienza educativa unica, tutta giocata nella sfida alla sua libertà. Ed è bello quando, prima di dormire, riuniti tutti e quattro (io, il vecchietto, Gabriele e Paolo) ci troviamo nel mio piccolo appartamento a dialogare fra noi di tutto e su tutto.

Un altro esempio di come la sfida alla libertà sia decisiva nell’educazione della persona. Abbiamo una fattoria, dove vivono una decina di uomini eterosessuali ammalati di AIDS. Vengono aiutati da una buona signora nel far da mangiare e in alcune faccende domestiche, ecc. Sono soli. Il sabato celebriamo la Messa insieme mentre il lunedì pranziamo insieme anche con suor Sonia. Si autogestiscono. Anche per loro la vera sfida è sulla libertà. Una sfida con tutti i rischi che comporta. Trattandoli “da uomini” stanno diventando uomini. Gli errori di un tempo sono finiti. Certo, niente è scontato, e per questo la nostra “presenza” è una Presenza. Ed è bello vedere che quando arrivo alla fattoria sono tutti lì ad aspettarmi, aiutandomi in tutto con tanta tenerezza, vedendo le mie difficoltà nel camminare e nel parlare. Educare alla libertà è la grande sfida che la realtà mi offre ogni giorno, cosicché più sono libero io più sono liberi loro. Liberi anche di sbagliare, ma soprattutto liberi di riconoscere che c’è una Misericordia Infinita che ci abbraccia ad ogni istante cosi come siamo.

Amici, nelle mie condizioni attuali Dio mi sta chiedendo tutto (il pastore dà la vita per le sue pecorelle). Questa libertà piena di pace che porto nel cuore è come una calamita che mette insieme persone a cui nessuno darebbe una briciola di fiducia. Nella mia impotenza fisica è sbocciata una tale potenza di tenerezza capace di rigenerare ciò che per il mondo è un disgraziato o uno scavezzacollo. Amici, come vedete è Gesù che agisce. Fino a ieri ero come un trattore, oggi sono una carriola che cigola, eppure è solo in questa esperienza di debolezza, in cui fisicamente sono un po’ imprigionato, che si manifesta potentemente la Sua grazia. Davvero educare significa ESSERCI: significa che l’altro vede in te la vibrazione dell’ESSERE. Il massimo dell’evidenza di questa vibrazione della Presenza la sperimento guardando i miei due figli idrocefali, Aldo e Mario, che da anni giacciono impotenti nel letto.

Verso sera faccio fatica perfino a muovere il collo, che mi sembra cementato, la voce mi esce a stento, i passi piccoli e fiacchi, eppure, dentro un’irritabilità terribile, la potenza della misericordia di Dio si rende evidente, commuove me e chi mi sta vicino. Anche nell’umiliazione di sentirmi un pezzo di legno scopro con stupore che su questo stesso legno sbocciano fiori che profumano.

Mi affido alle vostre preghiere alla Madonna e abbraccio quanti vivono questi doni di Gesù dicendo “Gesù ti offro”.

P. Aldo

Lettera di Asia Noreen Bibi

“Mi chiamo Asia Noreen Bibi. Scrivo agli uomini e alle donne di buona volontà dalla mia cella senza finestre, nel modulo di isolamento della prigione di Sheikhupura, in Pakistan, e non so se leggerete mai questa lettera. Sono rinchiusa qui dal giugno del 2009. Sono stata condannata a morte mediante impiccagione per blasfemia contro il profeta Maometto”: inizia così la lettera pubblicata sabato scorso sulla prima pagina di Avvenire. La donna pachistana, in prigione per la sua fede cristiana, prosegue affermando con forza e serenità che preferisce “morire da cristiana che uscire dal carcere da musulmana”. Ecco le sue parole che non possono restare inosservate e inascoltate: “Dio sa che è una sentenza ingiusta e che il mio unico delitto, in questo mio grande Paese che amo tanto, è di essere cattolica. Non so se queste parole usciranno da questa prigione. Se il Signore misericordioso vuole che ciò avvenga, chiedo agli spagnoli (il 15 dicembre, il marito di Asia ritirerà a Madrid il premio dell’associazione HazteOir, ndr) di pregare per me e intercedere presso il presidente del mio bellissimo Paese affinché io possa recuperare la libertà e tornare dalla mia famiglia che mi manca tanto. Sono sposata con un uomo buono che si chiama Ashiq Masih. Abbiamo cinque figli, benedizione del cielo: un maschio, Imran, e quattro ragazze, Nasima, Isha, Sidra e la piccola Isham. Voglio soltanto tornare da loro, vedere il loro sorriso e riportare la serenità. Stanno soffrendo a causa mia, perché sanno che sono in prigione senza giustizia. E temono per la mia vita. Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nella mia cella e, dopo avermi condannata a una morte orribile, mi ha offerto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam. Io l’ho ringraziato di cuore per la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta onestà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musulmana. «Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto –. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui». Due uomini giusti sono stati assassinati per aver chiesto per me giustizia e libertà. Il loro destino mi tormenta il cuore. Salman Taseer, governatore della mia regione, il Punjab, venne assassinato il 4 gennaio 2011 da un membro della sua scorta, semplicemente perché aveva chiesto al governo che fossi rilasciata e perché si era opposto alla legge sulla blasfemia in vigore in Pakistan. Due mesi dopo un ministro del governo nazionale, Shahbaz Bhatti, cristiano come me, fu ucciso per lo stesso motivo. Circondarono la sua auto e gli spararono con ferocia. Mi chiedo quante altre persone debbano morire a causa della giustizia. Prego in ogni momento perché Dio misericordioso illumini il giudizio delle nostre autorità e le leggi ristabiliscano l’antica armonia che ha sempre regnato fra persone di differenti religioni nel mio grande Paese. Gesù, nostro Signore e Salvatore, ci ama come esseri liberi e credo che la libertà di coscienza sia uno dei tesori più preziosi che il nostro Creatore ci ha dato, un tesoro che dobbiamo proteggere. Ho provato una grande emozione quando ho saputo che il Santo Padre Benedetto XVI era intervenuto a mio favore. Dio mi permetta di vivere abbastanza per andare in pellegrinaggio fino a Roma e, se possibile, ringraziarlo personalmente. Penso alla mia famiglia, lo faccio in ogni momento. Vivo con il ricordo di mio marito e dei miei figli e chiedo a Dio misericordioso che mi permetta di tornare da loro. Amico o amica a cui scrivo, non so se questa lettera ti giungerà mai. Ma se accadrà, ricordati che ci sono persone nel mondo che sono perseguitate a causa della loro fede e – se puoi – prega il Signore per noi e scrivi al presidente del Pakistan per chiedergli che mi faccia ritornare dai miei familiari. Se leggi questa lettera, è perché Dio lo avrà reso possibile. Lui, che è buono e giusto, ti colmi con la sua Grazia. Asia Noreeen Bibi – Prigione di Sheikhupura, Pakistan”.

«Preferiti, anche dentro il dolore»

02/11/2012 – Il 4 novembre 2011 è morto in un incidente stradale Giovanni Bizzozero, studente di Veterinaria. A un anno di distanza, i genitori raccontano la loro esperienza. Fin da subito «ciò che era accaduto ci metteva di fronte ad una scelta»

Giovanni Bizzozero.

Carissimo don Julián, il 4 novembre è un anno che il Signore ha voluto nostro figlio Giovanni con sé. Fin dalla prima notte per noi è parso evidente che ciò che era accaduto ci metteva di fronte ad una scelta: se fosse più ragionevole credere che questa circostanza negasse tutta la preferenza che in questi anni ci siamo sentiti addosso, o che, in modo misterioso e doloroso, quanto accaduto fosse dentro questa preferenza.

Abbiamo detto il nostro sì, quella notte ed ogni istante di questo anno. Abbiamo scoperto che non è che il Signore prende questo sì, se lo mette in tasca e tutto continua come prima, ma abbiamo sperimentato che da questo sì tutto cambia, perché Cristo risponde e quindi risponde tutta la realtà che è fatta di Lui. Dal quel momento la nostra vita è stata l’essere spettatori del Mistero buono che interviene in ogni istante dentro la vita. Questo ha stravolto il modo di guardarci tra di noi, di guardare i nostri figli, gli amici di sempre e le decine di nuovi amici incontrati.

Ti dobbiamo confessare che il dolore per la mancanza di nostro figlio aumenta di giorno in giorno, ma aumenta anche l’evidenza e quindi la certezza. Innanzitutto la certezza – come ci hai detto la sera prima del funerale al telefono – che Giovanni ora gode della pienezza con un’intensità di bene molto più grande di quella che avremmo potuto dargli tutti noi, ma anche la certezza che questo è il nostro destino, e che questo compimento è già iniziato ora, qui, perché testimoni di Lui che riaccade continuamente e quindi che continuamente compie. Questa certezza è proprio frutto non di un miracolo, né di sentimenti o pensieri scomposti, ma di un cammino che per grazia, dal primo incontro, abbiamo fatto e stiamo facendo nella compagnia del movimento. Per cui questo dolore non è mai stato un dolore disperato ma è ora un dolore offerto.

Ci siamo anche accorti che dire questo sì, che guardare così la realtà non è di una volta, ma è di ogni istante, perché in ogni istante noi dobbiamo decidere di nuovo Chi guardare, e che questo sguardo e questo sì sono possibili perché apparteniamo ad un popolo, un popolo costituito da volti precisi di amici che fin dal primo istante ci hanno abbracciato e non ci hanno mai più lasciati, il volto di Gesù che dice: «Donna, non piangere».

Flavio e Ester, Viggiù (Varese)

«Guardate, io vado in Paradiso»

 

La versione integrale della testimonianza di Francesca Pedrazzini

 

«Io non ho paura». Lo ha detto chiaro, Francesca. Quasi ad alta voce, mentre tirava su la testa. «Raccogliendo le ultime forze», si dice in questi casi con una frase fatta. Invece è vero il contrario. Le forze, per lei, venivano tutte da quella certezza, ripetuta al marito poche ore prima di morire. «Io non ho paura». Le stesse parole affidate a un’amica, il giorno prima: «Ogni giorno è servito, perché in ogni giorno ho affidato alla Madonna tutti i miei cari… Il tempo è prezioso. Non ho paura, sono contenta». La stessa certezza che ha plasmato la vita e la morte, la gioia e il dolore, la salute e la malattia. La certezza di Cristo. La fede.

 

Aveva 38 anni, Francesca Pedrazzini. Uno in meno di Vincenzo, il marito. Lei insegnante (di diritto), lui avvocato, si sono conosciuti in Università Cattolica («lei mi aiutava a studiare»), fidanzati nel 1995, sposati nel 2000. Tre figli: Cecilia oggi ha 10 anni, Carlo 7, Sofia 3. E una vita piena, allegra, da una che ha un carattere forte e la vita la ama: gli amici e il lavoro, la famiglia e il mare della Grecia…

È proprio tornando da una vacanza, nel gennaio 2010, che tutto prende una piega imprevista. Accelera, di colpo. Un nodulo al seno. Cinque centimetri. E la strada che ti si apre davanti in questi casi:

l’operazione, l’ansia per gli esami, la terapia. «Era stata dura, da subito», racconta Vincenzo: «Abbiamo avuto paura. Ma l’aveva affrontata a testa alta. Dopo l’intervento eravamo ripartiti, più ricchi. Io per la prima volta avevo iniziato a vivere non pensando anzitutto a me stesso, non mettendomi più al primo posto». Lei con un punto fermo, un pungolo che cresce anche mentre gli esami si mettono bene. «Carrón, agli Esercizi della Fraternità di Cl, aveva appena parlato della guarigione dei dieci lebbrosi, hai presente?», racconta Sara, la sorella: «Tutti vengono guariti, uno solo torna a cercare Cristo. Ecco, lei ne parlava di continuo: io voglio essere come il decimo, diceva. Voglio conoscere Gesù».

Test e controlli procedono lisci. Nella primavera del 2011 i medici si

sbilanciano: «Complimenti, sei guarita. Sarà solo un ricordo». Non era così. A settembre, Francesca torna dalle vacanze (al mare in Grecia e poi a Rimini al Meeting) con il mal di schiena. Altra tornata di esami. Metastasi alle ossa e al fegato. «Il giorno stesso in cui ci hanno comunicato l’esito degli esami siamo andati a trovare padre Claudio alla Cascinazza, il monastero benedettino», racconta Vincenzo:

«Le aveva detto: noi preghiamo per la tua guarigione, ma se non ci sarà la guarigione ci sarà un miracolo più grande. Lo avevo ascoltato

pensando: si, vabbè, ma io voglio che guarisca. Aveva ragione». È in quei giorni che Francesca spedisce un messaggio alle amiche. Dentro c’è già tutto: «Sono in pace perché Gesù mantiene la promessa di renderci felici. Fai con me questa strada e lo vedremo. Ne sono certa.

Ti abbraccio».

 

Certa. E in pace. «Francesca è passata da tutti gli stati d’animo», racconta Sara: «La ribellione, l’ansia, l’angoscia… Ma il primo istante è stato un sì. Ha detto: va bene così. Non piangeva. Me lo ricordo bene, perché io ero disperata, ma avevo davanti una che non lo era». E perché? «Sono venticinque anni che camminiamo nella storia del movimento. Attraverso il carisma, lei ha sempre vissuto il rapporto con Cristo in maniera decisa e intelligente. Voleva capire. Aveva un’umanità ricca, sempre in lotta. Ed era consegnata a Gesù.

Completamente». Non era una santa, non secondo l’immaginetta che tante volte associamo alla parola. Ci tengono a dirtelo. Temperamento forte.

Di quelli che si scontrano spesso e a volte, magari, si arroccano. «Ma aveva un’intelligenza chiara sull’istante», racconta Mariachiara, la madre. «Limpida. Senza pregiudizi. L’intelligenza dei puri di cuore».

E quando chiedi a Vincenzo se anche prima della malattia lui avesse questa percezione, che il cuore della vita della moglie fosse Cristo, la risposta è netta: «Sì, non avevo dubbi. Ma non era chiaro come adesso».

Di mezzo, ci sono stati mesi di sorprese. «Una delle frasi che Francesca ripeteva più spesso era: sono sopraffatta», dice Sara:

«Dalla gratuità, dall’accoglienza. Abbiamo avuto una compagnia

costante: amici in ospedale e a casa, mail, messaggi, gente che pregava per lei in ogni angolo del mondo. Quando ha iniziato la chemio io avevo detto a un po’ di gente che avrei fatto un pellegrinaggio da casa nostra al Cimitero Monumentale, da don Giussani. Pensavo fossimo tra parenti. C’era un centinaio di persone. E lei: sono sopraffatta».

Ma aveva chiara anche un’altra cosa. «Era certa che quello che le stava capitando era per tutti. Riguardando a questi mesi, mi dico:

eravamo noi che avevamo più bisogno di fare questa strada. Lei l’intuizione che Gesù è fedele ce l’aveva già». E serviva anche agli altri. «Io le dicevo: devi stare serena, nessuno di noi sa quanto gli è dato da vivere», racconta Vincenzo: «Lo dicevo con un’angoscia dentro. Magari un istante dopo ero a terra. Ma era come se mi venisse un’energia inaspettata, che mi permetteva di aiutarla. Intanto lei faceva il suo cammino».

 

Cammino faticoso. Chemio pesanti. Giornate tra letto e divano. «C’è stato un periodo in cui esageravano con gli antidolorifici», racconta

Sara: «Lei ha chiesto di ridurli: “Preferisco avere mal di schiena, ma capire mio figlio quando mi parla”…». Un po’ di sollievo arriva a primavera del 2012. La malattia avanza, ma Francesca si sente meglio.

«Ed era strafelice», dice Vincenzo: «Ripeteva: il tempo che il Signore mi dà voglio viverlo facendo cose belle con i miei figli». Ecco: e i figli? Come vivevano questa fatica? «Sono sempre stati da guardare, per me», risponde Vincenzo: «Perché hanno avuto una libertà grande. La mamma non stava bene? Ok, era così. Sicuramente facendo fatica, soffrendo. Ma stavano semplicemente di fronte a quello che succedeva».

Come Sofia, che quella volta torna dall’asilo e chiede alla nonna: la mamma è a casa? È a letto? «È entrata a vederla: dormi? Poi è andata in cameretta a prendere i suoi giochi, è tornata da lei e le ha detto:

mamma, ti faccio la festa a letto. Aveva capito la situazione».

Lo racconta sorridendo, Mariachiara. Si sorride spesso in questa casa.

Battute e risate. E un’aria lieta che fa respirare. Anche quando ti dicono del viaggio a Venezia «bellissimo, ma la casa era al quarto piano», o a Lourdes, dove per farla bagnare nella piscina «abbiamo dovuto infiltrarla in un gruppo di spagnoli che avevano il pass». C’è un’altra vacanza che ha segnato Vincenzo e Francesca. A Cervinia, lo scorso luglio, con i responsabili di Cl della Lombardia. E don Carrón.

Che si fa raccontare e le dice, con tenerezza: «Vedi, Francesca, siamo tutti malati cronici. Ma tu hai un’occasione in più per la tua maturazione. Non devi perderla».

Esistono due mail spedite da Francesca agli amici, prima e dopo quel dialogo. Basta leggerle. Così come sono, punteggiatura compresa.

“Prima”: «Appena gli esami vanno male mi assale un’angoscia tremenda, per me ma più che altro per mio marito i miei figli e la mia famiglia ed è una cosa che non riesco a vincere. Il futuro mi terrorizza, mi si spezza il cuore a pensare ai miei figli crescere senza mamma (la Sofia ha solo tre anni!!) e mio marito invecchiare da solo. Sono scenari tragici ma c’è poco da ridere e io ci penso tanto. Tutto sommato la più fortunata sarei io, che ho finito la mia prova. Lo so che la paura non è contraria alla fede, anche Gesù ha avuto paura sulla croce, ma è brutta e io non voglio vivere quello che mi resta (saranno tre mesi, tre anni o trent’anni??? e chi lo sa??) con questa paura nel cuore, determinata dalle circostanze, come se l’abbraccio di Cristo per me e i miei non potesse sconfiggerla. Io voglio avere una fede che davvero c’entra con la vita, come ci diciamo da Gs, e questo non vale forse di più nella prova suprema? Se no, cerchiamo sempre la soddisfazione dove la cercano tutti, come diceva Carron a Repubblica, magari gli altri la cercano nei soldi e nel potere e io la cerco nella salute, che sarà senz’altro un bene più nobile ma non è comunque quello che ti dà la soddisfazione. Sono stata sana fino ad ora, ma l’insoddisfazione so bene che cosa sia…».

E “dopo”: «È il tempo della persona, se non ci sei tu preso dall’Avvenimento non c’è niente che tenga, ma se sei preso puoi entrare in ogni circostanza verificando che Dio non trema anche se c’è il terremoto e che tu hai un io nuovo. Mi tremano un po’ i polsi, ma veramente questa occasione non la voglio perdere!!».

 

Non l’ha persa. L’ha sfruttata fino all’ultimo. Alle ultime settimane, quando i medici le permettono di andare in vacanza a Cefalonia «e lei si sente rinascere: era contenta di andare in vacanza». E agli ultimi giorni. Vincenzo li racconta così. «Quando i medici mi spiegano che manca poco, cado in uno stato di angoscia. Cosa faccio, glielo dico o no? Pensavo: ora scopre che mancano pochi giorni da vivere, e crolla.

Come dire: tutto quello che c’è stato prima, non regge. Parlo con i parenti. Con i dottori. Un giorno e mezzo di crisi, totale. Lei a un certo punto mi guarda e fa: “Vince, vieni qui”. Mi siedo. E lei:

“Guarda, devi stare tranquillo. Io sono contenta. Sono in pace. Sono certa di Gesù. Non ho paura, va bene così. Anzi, sono curiosa di quello che mi sta preparando il Signore”. Ma non sei triste? “No, sono tranquilla. Mi spiace solo per te, perché la tua prova è più pesante della mia, sarebbe stato meglio il contrario”. Lì c’è stata una trasformazione. Io dopo quelle parole ero un altro. Ribaltato.

L’angoscia era sparita. Le ho detto sorridendo: sì e vero, sarebbe stato meglio il contrario, soprattutto per i bambini. Poi lei riparte in quarta: “Voglio essere sepolta a Chiaravalle, mi raccomando! E poi ricordati che bisogna iscrivere la Ceci alle medie. Devo assolutamente segnare tutte le cose organizzative che si devono fare …”. Chiede di parlare con la dottoressa. Si fa spiegare tutto. E il giorno dopo domanda di vedere i bambini, uno per uno. “Guardate, io vado in Paradiso. È un posto bellissimo, non vi dovete preoccupare. Avrete nostalgia, lo so. Ma io vi vedro e vi curerò sempre. E mi raccomando, quando vado in Paradiso dovete fare una grande festa”».

Lo stesso con i parenti, uno ad uno. «Io sono entrato in lacrime», racconta Giuseppe, il padre: «E lei: “Piangi pure, perché è il momento di piangere. Però sappi che io sono serena”. Ma continuavano a succedere cose mai viste. Due sere prima che morisse, in ospedale, avevamo ordinato le pizze. Sembrava di essere all’osteria di fuoriporta. Poi il rosario sottovoce. Guardavo ‘sta gente e dicevo: ma siamo tutti matti?». E anche Sara ti dice di un’altra grazia nella

grazia: «Tanti arrivano alla morte consumati. Lei non ha fatto in tempo. È morta abbronzata, capisci? Era se stessa, completamente.

Nelle ultime ore diceva qualche frase sconnessa. Ma se ne accorgeva.

“Lo so che sto straparlando. Ma tanto straparlavo anche prima…”».

 

Serena. E in pace. Tanto da far pensare al marito mentre si trovava di fianco a lei già in coma: «Franci, ma sai che verrei con te? ». Dice

Vincenzo: «Per la prima volta nella mia vita ho pensato sinceramente questa cosa. “Verrei con te”. Senza più paura della morte. E ho capito quello che le aveva detto Carrón, con quell’ “hai un’occasione in più”. Francesca aveva solo due strade: la disperazione, o dire sì a Cristo sempre, in ogni istante. Di solito esiste una terza via, la distrazione. Ma in un’occasione così hai una scelta netta da fare.

Sicuramente adesso è così anche per noi. Io voglio vivere come ha vissuto lei quest’anno. “Se non accadrà il miracolo, accadrà qualcosa di più grande”: è stato vero».

È stato vero anche per chi le stava intorno. «Io ho 63 anni, ho incontrato il movimento da giovane e ho avuto la grazia di vedere mia figlia andare in Paradiso», dice Mariachiara, semplicemente. «Non ho più paura di nulla. Mia figlia mi ha fatto vedere nella carne che cosa produce una sequela semplice e vera nella vita. Produce il centuplo quaggiù. Francesca negli ultimi tempi era radiosa. Non te la puoi dare da sola, questa cosa. Vede, io ho sempre desiderato per i miei figli che quello che ha determinato la mia vita determinasse anche la loro.

Da quando mi sono accorta di essere incinta: Signore, per questo bambino ti chiedo solo una cosa, la fede». Grazia ricevuta. «La sera che è morta dovevamo raccogliere i suoi effetti personali», racconta Matteo, il cognato: «Abbiamo messo via il Rosario e il libretto degli Esercizi Spirituali. Mi è venuto da dire: tutto qui? E poi ti rendi conto che è tutto lì. La domanda e la strada».

 

Francesca è morta il 23 agosto, un giovedì. Il funerale è stato davvero altro. Roba per cui il collega, alla fine, ti dice «oh, non offenderti, ma a me sembrava di essere a una festa…». O il tassista che accompagna un’amica, arriva, vede l’aria che tira e fa: «Ah, ho capito perché è così elegante, deve andare a un matrimonio». «No, guardi, è un funerale». È sceso dal taxi per chiedere se era vero. Ma anche l’onda che ne è nata è vera. Gli zii, che si sono allontanati dalla fede circa quarant’anni fa, e ora dicono il Rosario e vanno a messa tutti i giorni. Il conoscente che ha una parente in fin di vita, per caso capita nello stesso ospedale, e resta colpito… «Vorrei sapere perché la gente deve convertirsi sul mio cancro», aveva detto Francesca un giorno a un sacerdote amico. E lui: «È il mistero della croce».

E della Risurrezione. «Le amicizie nostre si sono trasfigurate, tutte», dice Vincenzo: «Sono diventate amicizie al destino». La paura non morde più. «Io non ho figli», racconta Sara: «Prima che Franci morisse le ho chiesto: come faccio con i bambini? E lei: ti devi liberare da questo peso. Non sono figli tuoi, non lo saranno mai.

Continua a fare la zia. Stai serena e sii certa che Gesù compie la promessa che ci ha messo nel cuore. Lo farà anche con loro». Giorni fa Vincenzo ha fatto una gita al “Parco avventura”, con i bambini.

Percorsi imbragati, ponti sospesi. «Alla fine Carlo si gira verso di me e fa: “Ma la mamma ci ha visto?”». Sì, Carlo, ti ha visto. Non avere paura.

“Vengo innanzitutto per confermare la fede dei miei fratelli”

Lettera alla diocesi del vescovo eletto di Reggio Emilia – Guastalla

ROMA, domenica, 30 settembre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo la lettera di monsignor Massimo Camisasca, fondatore e superiore generale della Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo, alla diocesi di Reggio Emilia–Guastalla. Monsignor Camisasca è stato nominato ieri da papa Benedetto XVI vescovo della diocesi emiliana.

***

A S. E. mons. Adriano Caprioli, al vescovo ausiliare S. E. mons. Lorenzo Ghizzoni
Ai fedeli, ai religiosi e al clero della Chiesa di Reggio Emilia-Guastalla
A tutti coloro che vivono nel territorio della Diocesi.
Cari fratelli e cari amici,

in queste due parole, fraternità e amicizia, sta racchiuso il senso profondo del mio venire tra voi come vescovo della Chiesa di Reggio Emilia – Guastalla, mandato dal Santo Padre Benedetto XVI.

Innanzitutto mi ha mandato ai fratelli, cioè ai battezzati, per servire la loro fede. Questa è la ragione fondamentale del mio episcopato: annunciare che Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, che ha subìto per amore nostro la Passione e la Croce, è risorto e perciò è vivo, e agisce nella storia degli uomini con la forza attrattiva della sua divina umanità attraverso il suo Corpo nella storia, che è il popolo cristiano, la sua Chiesa.

Vengo innanzitutto per confermare la fede dei miei fratelli: attraverso la predicazione, la celebrazione dei sacramenti, la vita della carità. Saluto perciò con grande affetto e stima ogni fedele che vive nella nostra diocesi. Spero di incontrare presto molti di voi. Attraverso la vostra vita e le vostre professioni siete i testimoni di Cristo nel mondo.

Parte privilegiata di questo popolo sono i sacerdoti, i primi collaboratori del ministero del vescovo. A loro voglio dedicare le mie attenzioni e le mie cure più profonde. Li saluto a uno a uno, in modo particolare il vescovo ausiliare, il Capitolo della cattedrale, il Collegio dei consultori, i membri della Curia diocesana, i parroci, i sacerdoti missionari e tutti coloro che spero di conoscere presto uno per uno. In particolare prego già fin d’ora per i sacerdoti anziani, per quelli malati, per coloro che si sentono particolarmente soli. Saluto i diaconi permanenti, i seminaristi e tutti i collaboratori dei sacerdoti nelle parrocchie e nelle varie comunità della diocesi.

Una stima profonda mi lega a tutte le forme associative nella Chiesa. Il mio pensiero va alle Confraternite, all’Azione Cattolica, ai movimenti, alle nuove comunità e a tutte le realtà che rendono visibile la comunione nelle diverse località e situazioni di vita della nostra Chiesa.

So che nella nostra diocesi vivono per grazia di Dio molte comunità religiose. La vita religiosa è un segno privilegiato dell’umanità rinnovata. Mi affido fin d’ora alla loro preghiera ed esprimo la mia vicinanza a tutti coloro che nella dedizione a Dio attraverso i consigli evangelici sono luce per i nostri tempi.

Saluto inoltre tutte le autorità civili, politiche e militari alle quali, fin d’ora, esprimo la mia disponibilità ad una collaborazione proficua per la costruzione di una società più giusta e buona.

Vengo come amico. Vengo per ogni uomo e per ogni donna. Nel più assoluto rispetto della libertà di coscienza di ciascuno, umilmente e fermamente desidero essere il tramite dell’annuncio e della proposta di Gesù: Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14,6), chi mi segue avrà il centuplo quaggiù e la vita eterna (cfr. Mt 19,29). Penso ai giovani in cerca di un senso definitivo e forte per la loro esistenza. Alle famiglie. Ma anche a coloro che per le più svariate ragioni vivono soli. Penso agli anziani. A coloro che esprimono nel lavoro la loro passione e la loro arte. A coloro che cercano il lavoro o l’hanno perduto. Penso ai malati, ai poveri, ai carcerati. Vorrei che a tutti arrivasse il mio incoraggiamento e la benedizione di Dio. Soprattutto a coloro che sono provati a causa del recente terremoto, ai quali voglio essere vicino con particolare affetto.

Saluto con rispetto e affetto i fratelli nella fede cristiana che non appartengono alla Chiesa Cattolica, tutti i credenti nell’unico Dio e anche coloro che non professano nessuna fede e non si riconoscono in nessuna religione. Di tutti mi sento compagno di viaggio e a tutti vorrei poter offrire ciò che mi è stato donato e ricevere a mia volta i loro doni spirituali.

La mia celebrazione eucaristica e la preghiera di ogni giorno portano già in sé questi volti non ancora conosciuti e queste speranze per la vita che ci attende. Il mio ministero si inserisce in una lunga tradizione, ricca di storia, di frutti di fede, carità, civiltà, arte. Da san Prospero al mio predecessore, il vescovo monsignor Adriano Caprioli, che qui voglio salutare con particolare deferenza assieme al vescovo emerito monsignor Giovanni Paolo Gibertini, la Chiesa ha sempre rappresentato nella terra emiliana che ora è anche la mia terra, un punto di riferimento e di luce per tante persone. Anche attraverso il sacrificio di alcuni suoi figli. Penso ai santi e ai martiri, che con la loro vita e il loro sangue hanno reso feconda e luminosa testimonianza a Cristo, luce del mondo. In particolare il mio pensiero va a coloro di cui si sta celebrando il processo di beatificazione, i servi di Dio don Giuseppe Dino Torreggiani e don Alfonso Ugolini, e non ultimo, a Rolando Rivi, che tutti presto auspichiamo di poter venerare sugli altari. Al Beato cardinal Ferrari, che ha unito nella sua vita la mia terra milanese alla nostra, nei mesi trascorsi come vescovo di Guastalla, affido fin d’ora le primizie del mio ministero episcopale.

I nostri patroni, san Prospero, san Francesco d’Assisi, i santi martiri Crisanto e Daria e la Madre di Dio, a cui è intitolato il nostro Duomo, ottengano a me e a tutti noi ogni grazia desiderata dal Cielo.

Tutti benedico nel Signore Gesù.

+ Massimo Camisasca
Vescovo eletto di Reggio Emilia – Guastalla
Roma, 29 settembre 2012
Festa dei SS. Michele, Gabriele e Raffaele, Arcangeli

«A quegli studenti chiedo solo la libertà di appassionarsi»

21/09/2012 – Domenica 23 settembre al Family Happening, Maria Sorpresa parlerà del centro di aiuto allo studio che ha aperto sei anni fa con l’aiuto di un’amica. E di ciò che le permette di continuare: «Vedere i ragazzi contenti»

Ho sempre avuto un grande desiderio nel cuore: avere una vita interessante. Una volta l’ho chiesto alla Madonna in un santuario tornando da una vacanza. Tempo dopo, un’amica insegnante mi chiese se ero disposta a collaborare per portare a Verona un’esperienza di aiuto allo studio nata a Milano che si chiama Portofranco. Conoscevo già quell’associazione e ho detto sì perché ho pensato che fosse quel regalo che chiedevo. Io non avevo esperienze specifiche di aiuto allo studio e non ho neppure una cattedra di ruolo, però ho passione per l’insegnamento e attenzione per i ragazzi, e l’amicizia con queste persone è quello che mi sostiene. Student Point è nato così, assieme alla carissima Pierina che era già in pensione, ma non aveva perso la passione per il suo lavoro.
Student Point aiuta i ragazzi delle superiori ad avere gusto per lo studio. Siamo un gruppo di insegnanti, universitari e professionisti in altri campi. Offriamo un luogo per lo studio, ripetizioni singole o a piccoli gruppi e organizziamo corsi per imparare a scrivere meglio. La caratteristica fondamentale è la gratuità. Non pagano gli studenti e non vengono retribuiti gli insegnanti. Perché la gratuità? Perché un universitario che fa fatica a mantenersi dà ripetizioni gratuite? Perché un docente impiega il suo tempo così, con i crescenti impegni a scuola in un periodo in cui tutti si lamentano? Perché noi per primi riconosciamo di avere ricevuto una grande grazia e di poter dare tanto con la nostra professione oggi così criticata. Una volta un collega mi disse: «Di sicuro c’è uno scopo dietro Student Point, religioso, politico, economico, ma qualcosa dev’esserci». Gli ho risposto: «Mi muove soltanto vedere i ragazzi contenti». Uno studente che ritrova passione per la realtà che occupa la gran parte del suo tempo, cioè lo studio, recupera anche interesse per la sua stessa vita.

La gratuità abitua noi insegnanti a non essere legati a nulla, né alle immagini o ai progetti che abbiamo in mente e neppure all’esito scolastico, anche se frequentare il nostro centro favorisce moltissimo il rendimento. E poi la gratuità non è una cosa per i più bravi, è alla portata di tutti, la si può imparare.
Un gruppo di ragazzi si è offerto di partecipare alla Colletta Alimentare con Susanna, un’insegnante. Una ragazza straniera, non riuscendo a parlare bene l’italiano, ha preparato gli scatoloni e siccome mancavano volontari per il turno successivo si è fermata mezz’ora in più. Abbiamo scoperto un suo talento: è una grande lavoratrice.
Un’altra ragazza ci ha detto: «Se degli adulti sprecano il loro tempo per darci una mano, vuol dire che tengono a noi e che per loro si tratta di una cosa importante». È bello vedere tutti i ragazzi desiderosi di imparare. E questo mi commuove sempre e quando esco dal Point ho il cuore sempre pieno. La cosa interessante non è risolvere i problemi dei ragazzi o degli insegnanti, ma riconoscere che siamo fatti per qualcosa di grande. Questo porta al sacrificio, perché sembra di fare cose troppo grandi, cioè la domanda che portiamo è più grande di quello che siamo, ma ho sempre trovato qualcuno che mi ha aiutato.

All’inizio abbiamo chiesto aiuto a insegnanti e universitari amici. A un certo punto, con nostro stupore, è stato come un contagio. Elena era stata mia insegnante delle superiori e ha aiutato tanti ragazzini in una materia ostica come la matematica. Franca, docente di italiano con particolare esperienza in progetti per stranieri, era stata mia collega al Pindemonte e ci siamo reincontrate per caso il giorno del Banco Farmaceutico. Quando ha visto lo stanzone dove i ragazzi studiano è rimasta colpita dal clima. Ha detto: «Ma a chi è venuta questa genialata? Qui i ragazzi vengono accolti e seguiti da un insegnante, a uno a uno, studiano volentieri, si sentono a loro agio e non hanno paura di sbagliare, cosa impossibile a scuola». Si è così implicata da subito coinvolgendo altri suoi amici insegnanti. Tutti sono protagonisti, chi insegna e chi studia. Sono i professori ad abbellire lo stanzone e organizzare il pranzo insieme. È un’esperienza impegnativa e coinvolgente: la nostra libertà di fronte alla libertà dei ragazzi. Liberi dagli schemi scolastici, ciascuno mette in campo se stesso.
Student Point nasce da un’esperienza semplice: si cresce in un rapporto. La nostra attività si svolge stando di fronte al ragazzo con le sue difficoltà. La scelta è personale: sono loro a decidere liberamente di impegnarsi nell’avventura della conoscenza. Iscriversi, frequentarci, portare altri compagni, prendere appuntamento per essere aiutati da un insegnante, firmare il foglio presenza: semplici gesti per diventare responsabili del proprio studio.

In questi sei anni Student Point è diventata una realtà importante: siamo oltre 30 docenti e abbiamo seguito alcune centinaia di studenti. Molti genitori portano i loro figli già all’inizio dell’anno perché non sono in grado di aiutarli. Stiamo dando un grande contributo per contrastare il fenomeno della dispersione scolastica e per l’integrazione tra ragazzi di diverse etnie e culture. Molti studenti stranieri si sono affezionati a noi perché gli chiediamo soltanto la libertà di appassionarsi. Spesso si rivolgono a noi in situazioni di disagio, non sanno la lingua, a scuola nessuno si cura di loro: a volte gli basta avere un adulto con cui parlare. Parecchi ci hanno detto: «È un bell’ambiente, qui nessuno ti guarda male e si può parlare di tutto, dalle materie alla vita». Nulla viene lasciato fuori, ciascuno arriva con il proprio bagaglio di preoccupazioni, ma tutti vengono volentieri, c’è un clima di amicizia in cui ciascuno si sente accolto e aiutato, si sente libero, e questo non è opera nostra.
Anche le istituzioni si sono accorte di noi. In particolare il Comune di Verona ci ha dato la sede e ci ha sempre sostenuto e di questo ringraziamo l’assessore Alberto Benetti. La Circoscrizione Centro storico ci ha dato un riconoscimento come la Banca Popolare, ed è venuta a trovarci anche l’assessore regionale Donazzan. Per noi è importante che le istituzioni riconoscano il valore civico di un’opera gratuita. Grazie a tutti.