L´ istinto di essere fedele alle orme di Marina Corradi

Milano. L ´altra mattina presto in via Rombon, dove le auto accellerano uscendo dalla città, al semaforo dopo il ponte ferroviario ho alzato gli occhi dal volante.
Contro un cielo incolore un grande stormo di uccelli volteggiava, disposto in formazione perfettamente simmetrica sulla città ancora addormentata.
Ancora una volta mi ha sorpreso come delle creature di poche decine di grammi abbiano memoria e codici per volare così, insieme, sincrone, dietro a quella che le guida: e come nessuno ritardi, o si separi dal gruppo, mantenendo anzi con assoluto rigore la formazione.
Il capo dei rondini, credo siano rondini, sembrava esitante: partire o no?
E con il suo corteo di disciplinate ali nere oscillava sopra il viale di periferia, come uno che debba andare, e però abbia già nostalgia.
Il cielo bianco sembrava, in quel volteggiare libero, più grande.
E l altro giorno invece ai Giradini di via Palestro, impensierita e di fretta,ho però posato per un attimo uno sguardo più attento sulle chiome degli alberi.
La maggior parte degli alberi, a ottobre, semplicemente ingrigisce. Come certi vecchi distinti e ben vestiti che si incontrano nei quartieri borghesi:
dignitosi, composti, e tuttavia marchiati dalla solitudine e dagli anni. Qui e là disordinatamente, qualcuno degli alberi dei Giardini, nella vecchiaia
dell autunno si era fatto color porpora, o oro – le foglie perfino più belle, nell ora del decadimento, che nel colmo dell estate. Alcuni alberi, addirittura, ho notato,assumono un colore di fiamma, come se un incendio interiore li ardesse dalle radici alle chiome; e sono più belli, struggenti nel loro fuoco, come in un ultimo amore.
Un lettore di questa rubrica mi ha scritto che indulgo troppo all intimismo, mentre dovrei preoccuparmi di lottare contro l avanzata dell islam in Occidente,
o gli altri mali che ci minacciano. È vero: in queste righe non scrivo di denuncie o di battaglie.
Se sto così attenta agli stormi, però, o agli alberi di Milano, è per cercare di testimoniare, tra le cose quotidiane, quello che è bello – come per un imperativo interiore.
Questa bellezza sommessa che ci cammina accanto ma che non sempre distinguiamo, fin da bambina mi è parsa una sorta di codice silenzioso, o di orma lasciata sul terreno da un invisibile viandante.
Come una sezione aurea della realtà, una impronta, stampata in ciò che vive: nascosta spesso, eppure profonda come una antica radice.
Vorrei soltanto collaborare a conservare questi piccoli frammenti, che cerco e riconosco sotto ad apparenze semplici.
Le orme, ecco, a me piace essere fedele alle orme. Come quello stormo prodigiosamente schierato nel cielo sopra Milano e in partenza, all alba, obbediente a un ordine che colmava di sé il cielo incolore.

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La forza e le radici di Davide Rondoni, Avvenire, 2 ottobre 2013

Sarà la crisi coi suoi debiti che ci fiacca, sarà una vita sempre più frenetica che -volenti o nolenti- ci tocca fare, sarà che certe notizie
dai palazzi o cose che vedi per strada spezzano il respiro, sarà l’aver risalito settembre tra lavoro e speranza e disillusione, sarà anche il
senso di sfiducia o di facile lamento che alligna nel Paese, ma di fatto sembra che la fatica in giro sia proprio tanta.
La fatica proprio all’ombra contro cui l’uomo cosiddetto moderno ha lottato con tutte le forze prodigiose di invenzione, di rivoluzione sociale, di organizzazione.
Per cacciarla, per eliminarla..
Inventando marchingegni, protesi e supporti sempre più sofisticati per evitare la fatica fisica che lo piegava spesso in lavori tremendi.
Ma se pur la fatica fisica è stata in parte(e solo in parte, va ricordato) eliminata, ecco che si è affacciata una fatica ancora più pervasiva e insidiosa. La fatica della mente, del cuore, della volontà -lo stress, come viene chiamato. Insomma quell’affaticamento delle energie vitali, il logoramento delle spinte. Ognuno allora si domanda, magari alzando gli occhi contro le prime albe livide all’uscita di casa o dalla metropolitana o dal tram: da dove trarre la forza?
E` la stessa preghiera del salmista antico. Non usciva dalla metropolitana, ma aveva in cuore la medesima domanda:”Alzo gli occhi verso i monti, da dove mi verrà l’aiuto?” Il problema dell’uomo è la forza.
Per campare, per costruire la sua dimora,e per i suoi figli, per trasformare la vita in meglio.
Ma appunto, come guardare per comprendere da dove viene la forza? Un primo, elementare aiuto viene da una nostra compagna spesso dimenticata. La natura.
In autunno nel periodo in cui ci stiamo inoltrando, si vede iniziare un periodo di apparente riposo. Di stasi.
Sembrano cessare le attività esteriori: gli alberi non offrono -tranne rare eccezioni-i loro frutti, i prati non lanciano i loro fiori, i fossi non ridono, le rondini se ne sono andate dai cieli bianchi. Ma si tratta del momento in cui la natura prende la forza, la traggono i semi riposando nel profondo, la cercano le radici allungandosi dentro al suolo. Insomma, la forza occorre avere il tempo di cercarla nella profondità.
In qualcosa che sta sotto la superficie. In ciò che non appare. Ma a volte, a molti sembra che la profondità non abbia consistenza, non sia altro che illusione. Come se dietro le apparenze ci fosse solo nebbia.
Un uomo che non ha radici nel profondo si stanca infatti più facilmente. Un uomo le cui radici sono sospese nel vuoto si essica, si indurisce nel vento arido della fatica. Perde forza.
Una vita che non tiene per sé -come la natura in autunno- un tempo per raccogliersi cercando le forze nel profondo (quello che emerge anche in superficie, come un albero meraviglioso, senza radici, non esisterebbe) è affaticata dai venti, anche dai meno impetuosi.
La natura manda segni agli uomini attenti, che uscendo dalla metropolitana o da casa, sentendo il bisogno di una nuova forza alzano lo sguardo, e non frugano solo dentro se stessi ma cercano intorno, insomma “chiedono”, non sono presuntuosi.
Per questo la natura è sempre stata un segno che ha invitato gli uomini a domandare di ricevere la forza, un segno di una dimensione sacra dell’esistenza, per la quale sempre l’uomo realista è colui che prega.
Solo un presuntuoso, solo un uomo “che non deve chiedere mai”, come recitava lo slogan di una vecchia pubblicità, ritiene di ricavare forza da se stesso, fissando il proprio ombelico o lo specchio. questo è invece un tempo per uomini “forti”, che devono attraversare
fatiche inaspettate, e sfide che non sapevano di dover affrontare.
Dove trovare la forza, dove cercarla è il problema di ogni mattina.
Di ognuna di queste mattine levando o no lo sguardo, sotto il cielo che cambia colore, nel gran teatro della natura e dei segni.

LUI È NIENTE ALTRO

Editoriale di “Tracce” – Marzo 2013

Ora, forse, iniziamo a vedere. C’è voluto tempo, certo. Come accade davanti a un fatto così imponente, così capace di stravolgere la nostra misura, da richiedere un cammino lungo perché cuore e ragione si allarghino a fargli spazio. Ma adesso, forse… Domenica 24 febbraio, Benedetto XVI ha recitato il suo ultimo “Angelus”. Centomila persone in piazza, milioni collegati in diretta. E a molti è venuto in mente un altro “Angelus”, una domenica di maggio di tre anni fa. San Pietro era stracolma di fedeli, arrivati con l’idea di manifestare il loro affetto a un Pontefice sotto tiro per la campagna di stampa sullo scandalo-pedofilia. Alcuni di loro s’erano ritrovati capovolti. Prima da una frase di don Julián Carrón, la guida di Cl («guardate che non andiamo a Roma per sostenere il Papa, ma per essere sostenuti da lui»), poi dall’impressione vivissima data proprio da lui, da quell’uomo che visto dal colonnato sembrava ancora più piccolo, quasi un puntino bianco, eppure così saldo e forte da potercisi davvero appoggiare. Da sostenere tutto il peso non solo di quei giorni, ma della Chiesa. Bene, è la stessa immagine che molti hanno portato con sé anche dall’ultimo “Angelus”. A quella finestra c’era un uomo più anziano, dall’apparenza ancora più fragile – anzi, così fragile da ammettere di aver bisogno di «un modo più adatto alla mia età e alle mie forze» per servire la Chiesa. E tuttavia in grado di trasmettere al suo popolo quello che si respirava in piazza: una serenità impensabile. Una letizia imprevedibile, pur nel dolore del distacco. In una parola, una libertà potente. Perché? Da dove viene quella forza? Molti, moltissimi sono stati segnati da questo Papa. Dalla sua paternità. Dal rigore pacato e affascinante del suo insegnamento. Dalla limpidezza con cui ha spiegato il cristianesimo rendendolo accessibile a tutti e interessante per molti, anche per i “lontani”. Ora, però, vediamo di più. E capiamo di più. Il cuore di tutto, la cifra di questi anni, viene prima di tutto ciò, e lo attraversa: è la fede di Joseph Ratzinger. Il suo abbandono totale a Cristo. La sua testimonianza, così limpida da farsi via via addirittura trasparente, come a voler sfrondare tutto, ogni apparenza, perché davanti ai nostri occhi potesse semplicemente accadere un fatto: Cristo. Lui, e niente altro. Un fatto così solido da reggere a ogni sfida e ogni circostanza, come ha detto lo stesso Benedetto chiudendo il suo ultimo, bellissimo discorso ai parroci di Roma: «Sarò sempre con voi. E insieme andiamo avanti con il Signore, nella certezza: vince il Signore! Grazie!». Vince Cristo, sempre. È Lui a sostenerci. Sarà Lui a farlo pure durante e dopo il prossimo Conclave, quando un altro «umile operaio» sarà chiamato a lavorare «nella vigna del Signore», e anche attraverso la sua opera, nel tempo – nel tempo: che dono prezioso di Dio è poter vedere la Sua Potenza dispiegarsi nel tempo, della storia e delle nostre vite! – si vedrà quanto siano povere e sterili le analisi con cui di solito pretendiamo di leggere la Chiesa (le lotte di potere, i limiti, le debolezze) e in fondo la realtà, e quanto, invece, conti una sola cosa, l’unica capace di illuminare tutto: la Sua Presenza. Cristo risorto. Per questo il “Tracce” che state per sfogliare non è un omaggio al passato, ad un Pontefice che lascia per entrare nella storia: è un invito a guardare un Fatto presente. Qualcosa che giudica tutto: le elezioni, la guerra, la cultura… Qualcuno che illumina la vita. Perché ha vinto la morte. Buona Pasqua.

L’INSEGNAMENTO DI PIETRO

SOVRANA CERTEZZA

MARINA CORRADI
« M i sostiene e mi illumina la cer­tezza che la Chiesa è di Cristo, che non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura». La prima parola di Bene­detto XVI ieri mattina in Udienza, proprio la prima cosa detta alla folla, grande, che lo aspettava, è stata questa: il ricordare che la Chiesa è di Cristo, e che dunque anche nelle circostanze più avverse Cristo non la abbandona. E noi, semplici fedeli stor­diti, lunedì, dalla notizia, noi interior­mente turbati da un inimmaginabile con­gedo, abbiamo riconosciuto in quella pri­ma parola la volontà paterna di dire, a quelli come noi, di non aver paura.

In questi due giorni abbiamo sentito di tutto, sul gesto di Benedetto XVI, lodi e plausi, e contestazioni, ed evocazioni di oscuri retroscena. Abbiamo letto di de­sacralizzazione del Papato, di fonda­menta che vacillano, e sentito dotta­mente discorrere della Chiesa come di una grande multinazionale, o una Ong – certo, dal ‘brand’ spiritualmente eleva­to. E ci occorreva davvero che proprio Benedetto XVI, il maestro che abbiamo amato e continueremo a amare, ci ricor­dasse, ci confermasse in questa sempli­ce antica certezza: la Chiesa è di Cristo, che non l’abbandona.

La Chiesa è di Cristo, è il suo corpo, e non è mai riducibile solo agli uomini, strut­ture, gerarchie che la compongono, con i loro peccati, i loro umani sforzi, le loro disunioni e persino il loro cercare un ‘pubblico’. Colpe ed errori che pure, è tornato a ricordarci nell’omelia delle Ce­neri il Papa, ne possono «deturpare» il volto. Questo aspetto non visibile, non sperimentabile con le nostre consuete misure, è tanto fondante quanto non compreso nemmeno dai più fini intel­lettuali, che parlano di Chiesa come di un fatto solo storico, sociologico, umano. E spesso anche fra noi, credenti, questa memoria ontologica facilmente sbiadi­sce; allora in giorni come questi ci smar­riamo: e adesso? È a questo sommesso tremare dei sem­plici che il Papa ieri ha teso la mano con una frase per nulla debole, e anzi colma di certezza sovrana: la Chiesa è di Cristo, che non l’abbandona.

Poi, nell’Udienza il Papa ha affrontato il Vangelo delle tentazioni di Gesù nel de­serto, riassumendole in poche parole: ‘la’ tentazione eterna, ha detto, è quella di u­sare Dio per noi stessi. Ecco, in quelle so­le righe dell’evangelista Luca si sente già il respiro di un altro, radicale, desiderio, di uno sguardo altro dalla logica degli uo­mini, inesorabilmente sedotti del pote­re. Di modo che chi si imbarca sul gran­de millenario naviglio di Pietro, se tiene viva la fede, si trova, ha detto il Papa, a fa­re scelte scomode o perfino, secondo il mondo, stolte; ad amare i deboli, e la vi­ta dell’uomo fin dal suo più debole invi­sibile inizio. Ad amare per sempre, e a ge­nerare figli, quando il mondo attorno ri­pete che la vita è cosa da prendere e usa­re, come e finché si vuole. Quell’altro sguardo, quell’altro respiro s’è visto bene ancora ieri sera, in San Pietro gremita di uomini e donne stretti attorno a Benedetto nel giorno delle Ceneri – in quel gesto così umile e conscio del nostro essere, solamente, creature. «Risuoni for­te in noi l’invito alla conversione, a ritor­nare a Dio con tutto il cuore, accogliendo la sua grazia che ci fa uomini nuovi», è sta­to il filo teso nelle parole del Papa. Di nuo­vo, parole affatto stanche, anzi straordi­nariamente audaci in tempi di pensiero debole, di rassegnati orizzonti. Tornare a Dio, è l’imperativo di quest’uomo il cui cuore sembra tutto fuorché piegato, o vec­chio.

Quaerere Deum, è la parola che ci la­scia un grande Papa in un Anno della Fe­de indetto perché ciò che è vero torni a es­sere concreto, e vivo fra noi. Perché la Chie­sa è di Cristo, e tutto il suo essere tenda a Cristo – Colui che ricapitolerà in sé tutte le cose, quelle della terra e quelle del cie­lo. E il grande applauso a Benedetto XVI ieri sera in San Pietro testimonia la fede e la forza del popolo cristiano. Peccatori, certo; gente però che sa da dove viene, e verso Chi va.

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11 marzo 2012 – Ferrara dimissioni del Papa un anno fa

Ferrara riflette sulle (im)possibili dimissioni del Papa. Intuizioni profonde e un mistero che sfugge…

11 marzo 2012 / In News
Il Papa si dimetterà? Quando, il 25 settembre scorso, su queste colonne, scrissi che Benedetto XVI – in vista degli 85 anni – stava valutando anche la possibilità delle dimissioni, riferivo delle voci che mi erano arrivate da tre fonti indipendenti e credibili della Curia romana.
Personalmente non auspico per nulla tali dimissioni, anzi, ammirando papa Ratzinger, spero in un suo lungo pontificato. Ma è un dovere – per chi fa questo lavoro – riferire anche le cose che non piacciono.
Soprattutto quando sono accreditate dalle parole dello stesso pontefice in un libro intervista uscito nel 2010, in cui il Santo Padre – in via di principio – sottolinea apertamente per il papa “il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi”.
Il mio articolo fu attaccato – come se io mi fossi inventato uno scoop per fare clamore – da qualche collega (vaticanista e no) frustrato per aver bucato la notizia o, in certi casi, semplicemente per livore personale.
Inoltre fui liquidato dalle sprezzanti parole di qualche anonimo vaticano (terrorizzato dalla possibilità di perdere la poltrona) che mi condannava per lesa maestà, dimenticando che era stato lo stesso Ratzinger a fare pubblicamente questa ipotesi (negli ambienti clericali, dove abbondano il bru bru e la squallida ferocia del pettegolezzo, non si capisce un grande papa come l’attuale che vola alto sulla palude, discutendo di tutto serenamente e alla luce del sole).
Dal giorno in cui uscì quel mio articolo – con buona pace dei vaticanisti italiani – i boatos sulle possibili dimissioni del papa si sono moltiplicati, soprattutto sulla stampa straniera. Sono usciti poi articoli che fanno pettegolezzi sullo stato di salute del pontefice. Trovando mezze conferme in qualcuno dei documenti riservati usciti in questi mesi dai sacri palazzi.
A me non piacciono le discussioni sulla salute dei personaggi pubblici. Del resto mi pare ovvio che un uomo di 85 anni non abbia le energie di uno di 50 (e lo dimostra il calendario dei viaggi internazionali di Benedetto XVI, ormai ridotti al lumicino).
Ma il tema delle dimissioni del papa ha ben altro spessore e merita riflessioni serie.
Lo ha dimostrato ieri Giuliano Ferrara con un lungo articolo sul Foglio dove ha ragionato da par suo – elevandosi al di sopra dei pettegolezzi e delle ipocrisie clericali – sul significato e sulle conseguenze che avrebbero le dimissioni di Benedetto XVI.
Ha senso parlarne, anzi è doveroso, proprio perché è stato per primo lo stesso papa Ratzinger, nel libro-intervista con Peter Seewald, a proclamare tale possibilità e a lanciarla nel dibattito pubblico.
Del resto le dimissioni di un Papa sono previste dal Canone 332 del Codice di diritto canonico e storicamente non sono un inedito. Si sono verificati casi del genere sia nei primi secoli cristiani che nel Medioevo.
Lo stesso Paolo VI stava prendendo in considerazione questa possibilità (morì però in quelle stesse settimane). Infine è stato scritto che Pio XII, minacciato di deportazione dai nazisti, sotto l’occupazione tedesca di Roma scrisse una lettera di dimissioni da rendere pubblica in caso fosse stato fatto prigioniero, affinché Hitler non potesse mai dire di avere nelle sue mani il Vicario di Cristo, ma solo il cardinal Pacelli.
Dunque – venendo a Benedetto XVI – va detto che la tempesta che ha travolto in questi mesi la Curia vaticana, in particolare la Segreteria di stato, allontana l’ipotesi di dimissioni del papa, il quale ha sempre precisato che esse sono da escludere quando la Chiesa è in grandi difficoltà e perciò potrebbero sembrare una fuga dalle responsabilità.
D’altronde nel caso di papa Ratzinger non si tratterebbe di un drastico ritiro in qualche abbazia bavarese, a studiare, a scrivere e pregare (come ha sempre sognato di poter fare in vecchiaia), perché tornando cardinale di fatto tornerebbe a ricoprire anche quella carica di Decano del Sacro Collegio che aveva già nel Conclave del 2005, da cui uscì pontefice.
Azzerate le cariche di tutti gli altri, il Decano – secondo le norme vigenti – celebra la messa solenne “pro eligendo romano pontifice” e guida le congregazioni all’elezione del nuovo papa. In pratica il cardinale Ratzinger – oltretutto da ex pontefice che ha nominato gran parte di quei prelati – si troverebbe a orientare assai autorevolmente la scelta del suo successore.
Ferrara non conosce questo dettaglio tecnico, ma proprio tale dettaglio avvalora molto il suo acuto ragionamento e le sue conclusioni. Vediamo dunque l’analisi di Ferrara.
Il direttore del Foglio, che da sempre è un estimatore di Ratzinger (stima ricambiata dal pontefice), spiega che considerando la situazione, di per sé, viene da escludere le dimissioni, ora che il Papa è nel pieno della sua opera di purificazione della Chiesa, di restaurazione liturgica, di rilancio missionario e dottrinale.
Lo aspettano l’importante viaggio in centro America, il grande raduno sulla famiglia a Milano e soprattutto l’Anno della fede che ha fortemente voluto, con il quale arriverà anche la sua enciclica sulla fede che è il centro del suo pontificato.
Tuttavia è anche evidente l’opposizione del mondo e di un certo establishment teologico-clericale alle “grandi intuizioni” di Benedetto XVI e del predecessore, dalla traumatica (per la modernità laica) affermazione di “Cristo unico mediatore di salvezza” allo “sradicamento della speranza messianica incarnata nella rivoluzione politica”, dalla chiara messa a punto nei confronti dell’Islam arrembante (Ratisbona), alla “ragione che argomenta la fede e si porta nello spazio pubblico” fino alla “legittimità della politica riguardo alle questioni non negoziabili dell’umanesimo cristiano (il discorso al Bundestag e molto altro)”.
Si potrebbe proseguire con la questione della morale in una modernità senza più orientamento umanistico e con il ritrovamento dell’antica liturgia della Chiesa a fronte delle dissennatezze post-conciliari.
Con tutti questi fronti aperti le dimissioni sono impensabili, secondo Ferrara. Eppure, aggiunge subito dopo, proprio un colpo di reni del genere potrebbe paradossalmente risvegliare tutta la Chiesa come uno straordinario choc:
“Un Papa che si dimette perché ritiene spiritualmente un dovere assecondare un rinnovamento e rilancio che non cancelli il suo stesso magistero, ma anzi lo rilanci, ha indirettamente la possibilità di influenzare con maggiore tempra e fondamento la successione (…). Realizza un sogno personale (…). Scombussola certezze tradizionali secolari, innova radicalmente, promuove un’età regnante che renda meno ingovernabile il popolo di Dio (…) e toglie ogni lentezza, stanchezza o spirito difensivo alla casa romana di Pietro. L’azzardo è forte”, ma “chissà che un giorno al Papa non appaia come un raddoppio di quella forza il gesto sovrano e papocentrico delle dimissioni”.
Di certo, come dice Ferrara, se c’è un Papa capace di fare un tale gesto di libertà spirituale e di giovinezza cristiana “questo Papa si chiama Benedetto XVI”.
La riflessione di Ferrara è geniale e, secondo me, coglie nel segno. Aggiungo un solo argomento: la totale consegna di sé nelle mani del Signore, fatta da Benedetto XVI, deriva dalla sua certezza granitica che comunque è Gesù stesso a guidare la Chiesa ed è sempre lui a rinnovarla attraverso i carismi, suscitando santi e profeti, infine con un’imponenza di fatti soprannaturali nei tempi moderni – da Lourdes a Fatima e Medjugorije – che pare inedita nella storia bimillenaria della Chiesa: Medjugorije significa un mare di conversioni che non ha eguali negli anni del post-concilio e che nessuna burocrazia clericale aveva progettato né immaginato.
Il Papa – a differenza di tanti prelati – è certo che non è la sociologia, ma il miracolo a far vivere la Chiesa e a proiettarla nei secoli. Ed è questa la vera fonte delle sorprese. Imprevisti e miracoli fanno la storia della Chiesa.

Antonio Socci
Da “Libero”, 11 marzo 2012

La gara per la vita

Nella petizione “Uno di noi”, l’Italia è al secondo posto per numero di firme dietro la Polonia
La gara per la vita

Di Elisabetta Pittino

ROMA, 26 Gennaio 2013 (Zenit.org) – Prosegue la raccolta delle firme per l’Iniziativa Popolare Europea One of us (Uno di Noi), promossa dai movimenti per la vita europei e, per l’Italia, dal MPV.

Il sostegno a Uno di Noi, a difesa della vita e della dignità del bambino nella fase embrionale, può essere dato firmando l’iniziativa o sul modulo cartaceo oppure online sul sito europeo http://www.oneofus.eu e sul sito italiano http://www.mpv.org, seguendo le indicazioni.

Per firmare c’è tempo fino al 1 novembre 2013, ma chi può firmi subito. A poche settimane dall’inizio della petizione online in Europa le sottoscrizioni sono in continuo aumento, con un incremento di oltre 1000 firme al giorno. Il 25 gennaio le firme raccolte nell’UE erano 24933, contro le 16238 della scorsa settimana.

Il paese con il maggior numero di firme fino alla settimana scorsa era l’Italia con 4308 firme, mentre questa settimana pur raggiungendo la quota 6043, l’Italia viene battuta dalla Polonia che da 3954 passa a 6535 firme. La Polonia è anche il paese con maggiore incremento di firme nella graduatoria settimanale.

Al terzo posto la Spagna con 4839 firme supera l’Ungheria che scende al 4° posto totalizzandone 3188. Seguono Germania con 1238, Austria con 908 e Francia con 573 firme, poi tutti gli altri paesi UE. Fanalino di coda è Cipro con nessuna firma! Ciprioti per la vita dove siete?

Questa è la graduatoria delle firme on-line secondo i dati forniti dalla Commissione Europea. Si apre una nuova settimana di “sfida per la vita” tra i paesi Ue: quale sarà il paese più pro-life della settimana?

L’Italia tornerà al 1° posto, oppure la Polonia diventerà sempre più invincibile? Spagna e Ungheria si accontenteranno del 3° e 4° posto oppure faranno il grande balzo? Ci sorprenderanno gli altri Paesi e a Cipro si troverà qualcuno che è per la vita? Lo scopriremo nei prossimi giorni, intanto buona gara popolo della vita! Firmate, firmate, firmate…

Mali: come fermare l’estremismo islamico?

L’Islam rimane un mistero. L’unica soluzione è pregare molto, perchè solo Dio può fermare un’ideologia fatta di odio e di violenza

Di Padre Piero Gheddo, PIME

ROMA, 19 Gennaio 2013 (Zenit.org) – La situazione in Mali diventa sempre più pesante e dall’esito incerto. Si teme una nuova guerra dell’Afghanistan, che dopo dieci anni tiene ancora impegnati circa 20.000 militari dell’Occidente. L’11 novembre 2012 gli Stati membri della Comunità economica dell’Africa Occidentale (Ecowas) avevano deciso di mandare una missione militare panafricana per liberare le regioni settentrionali del Mali dai gruppi jihadisti.

Ma solo il rapido e coraggioso intervento francese ha bloccato l’avanzata degli estremisti islamici verso la capitale Bamako; che però ha avuto una risposta tragica con l’attacco dei ribelli all’impianto petrolifero di Amenas nel deserto algerino ai confini con la Libia e il massacro di ostaggi occidentali.

Il 17 gennaio il vescovo del Sahara, mons. Claude Rault di Laghouat-Ghardaia (Algeria), ha mandato ai suoi fedeli un messaggio nel quale esprime «solidarietà alle popolazioni, agli operai della base di Amenas e agli ostaggi e assicuro il sostegno della mia preghiera e di quella di tutti i membri della nostra diocesi”.

Poi aggiunge: “Questa violenza non ha nome, è cieca, inaccettabile, ingiustificabile perché tocca degli innocenti. La riproviamo con tutta la forza delle nostre convinzioni umane e religiose. Dio non vuole la violenza. Non può esserne sorgente e giustificazione. Non facciamo quindi ricadere sui nostri amici musulmani il peso di tali misfatti. Anche loro fanno parte delle vittime. Preghiamo il Dio della Pace che venga a guarire le piaghe vive di chi è nel dolore e nella pena. Che accolga a sé le vittime e rimetta sul retto cammino chi pensa di onoralo commettendo tali orrori”.

Il vescovo del Sahara ha detto bene e non poteva dire altro. Ma noi ci chiediamo: possibile che solo fra i popoli musulmani nascano così tante guerre, guerriglie, terrorismi, violenze contro l’uomo e la donna, violazioni dei diritti dell’uomo, separatismi violenti nei paesi in cui gli islamici sono minoranza?

Verissimo quanto dice mons. Claude Rault: “Non facciamo ricadere sui nostri amici musulmani il peso di tali misfatti. Anche loro fanno parte delle vittime”. I missionari che vivono in paesi islamici lo confermano: la grande maggioranza dei musulmani sono come tutti gli altri uomini: amano la pace, la libertà, il benessere, la cordialità nel rapporto col prossimo, l’accoglienza, la solidarietà, ecc. Però come mai questa maggioranza non viene mai alla ribalta?

Inutile nasconderlo. Il mondo intero, e in particolare l’Occidente cristiano, si trova a dover fronteggiare un pericolo più grave di quando dall’altra parte c’erano una trentina di paesi a regime comunista, che volevano conquistare il mondo e diffondere la loro ideologia a tutti gli uomini. Ma il fanatismo religioso è peggiore del fanatismo ideologico, che quando è sconfitto dalla storia si sgonfia. Dopo la caduta del Muro di Berlino, nessuno più ama essere ricordato come comunista. Che fare? Nessuno ha la ricetta decisiva, però si possono esprimere tre passaggi:

1) L’esperienza degli ultimi vent’anni insegna che la guerra non risolve questo problema, anzi lo peggiora, perché favorisce la diffusione della “guerra santa”;

2) Perché nei giornali e radio-televisioni, nei circoli culturali, nelle università non si approfondisce la conoscenza dell’islam, il dibattito con i musulmani in Italia: cosa l’islam può insegnare all’Occidente e come deve cambiare per entrare nel mondo moderno? Sono temi tabù e non si capisce perché, mentre penso che si dovrebbe portare il dibattito a livello popolare. Nella famosa conferenza di Ratisbona (settembre 2006) Benedetto XVI aveva tentato un dialogo con l’islam, ponendo con chiarezza i temi da discutere, ma nessuno l’ha seguito. In Italia i musulmani erano 100.000 nel 1990, oggi sono certamente più di due milioni,che vivono in gran parte separati dagli italiani. E’ giusto e umano questo?

3) Infine è sempre valida la saggia risposta che mi diede nel 1982 in Pakistan mons. John Joseph vescovo di Faisalabad, che poi morì martire in una stazione di polizia (aveva protestato contro la discriminazione dei cristiani), al quale avevo chiesto quel che molti si chiedono: cosa fare per fermare l’estremismo islamico? Risposta: “Sono nato in Pakistan da genitori cristiani, ma ho studiato e conosciuto l’islam, sono vissuto con molti musulmani amici. Per me l’islam rimane un mistero. L’unica cosa certa è questa: dobbiamo pregare e pregare molto, perchè solo Dio penetra nel cuore degli uomini, e solo lui può fermare questa ideologia di odio e di violenza”.