L´ istinto di essere fedele alle orme di Marina Corradi

Milano. L ´altra mattina presto in via Rombon, dove le auto accellerano uscendo dalla città, al semaforo dopo il ponte ferroviario ho alzato gli occhi dal volante.
Contro un cielo incolore un grande stormo di uccelli volteggiava, disposto in formazione perfettamente simmetrica sulla città ancora addormentata.
Ancora una volta mi ha sorpreso come delle creature di poche decine di grammi abbiano memoria e codici per volare così, insieme, sincrone, dietro a quella che le guida: e come nessuno ritardi, o si separi dal gruppo, mantenendo anzi con assoluto rigore la formazione.
Il capo dei rondini, credo siano rondini, sembrava esitante: partire o no?
E con il suo corteo di disciplinate ali nere oscillava sopra il viale di periferia, come uno che debba andare, e però abbia già nostalgia.
Il cielo bianco sembrava, in quel volteggiare libero, più grande.
E l altro giorno invece ai Giradini di via Palestro, impensierita e di fretta,ho però posato per un attimo uno sguardo più attento sulle chiome degli alberi.
La maggior parte degli alberi, a ottobre, semplicemente ingrigisce. Come certi vecchi distinti e ben vestiti che si incontrano nei quartieri borghesi:
dignitosi, composti, e tuttavia marchiati dalla solitudine e dagli anni. Qui e là disordinatamente, qualcuno degli alberi dei Giardini, nella vecchiaia
dell autunno si era fatto color porpora, o oro – le foglie perfino più belle, nell ora del decadimento, che nel colmo dell estate. Alcuni alberi, addirittura, ho notato,assumono un colore di fiamma, come se un incendio interiore li ardesse dalle radici alle chiome; e sono più belli, struggenti nel loro fuoco, come in un ultimo amore.
Un lettore di questa rubrica mi ha scritto che indulgo troppo all intimismo, mentre dovrei preoccuparmi di lottare contro l avanzata dell islam in Occidente,
o gli altri mali che ci minacciano. È vero: in queste righe non scrivo di denuncie o di battaglie.
Se sto così attenta agli stormi, però, o agli alberi di Milano, è per cercare di testimoniare, tra le cose quotidiane, quello che è bello – come per un imperativo interiore.
Questa bellezza sommessa che ci cammina accanto ma che non sempre distinguiamo, fin da bambina mi è parsa una sorta di codice silenzioso, o di orma lasciata sul terreno da un invisibile viandante.
Come una sezione aurea della realtà, una impronta, stampata in ciò che vive: nascosta spesso, eppure profonda come una antica radice.
Vorrei soltanto collaborare a conservare questi piccoli frammenti, che cerco e riconosco sotto ad apparenze semplici.
Le orme, ecco, a me piace essere fedele alle orme. Come quello stormo prodigiosamente schierato nel cielo sopra Milano e in partenza, all alba, obbediente a un ordine che colmava di sé il cielo incolore.

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